L’eutanasia è ormai diventato un diritto indiscutibile. Ma esattamente su quale giustificazione teoretica e giuridica si basa? Molto spesso non si sente altro che una giustificazione del tutto sentimentale. Ma siccome in uno stato laico non esistono reati d’opinione, proviamo a mettere in discussione l’indiscutibile.
Aspetto giuridico
Proviamo a partire da qualche considerazione storica e giuridica. L’eutanasia è un problema moderno? Forse in passato non esistevano il dolore, la malattia e la sofferenza? No, infatti è un problema già affrontato da Ippocrate, il grande padre della medicina. Nel famosissimo giuramento si legge:
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio
Dello stesso tenore, il giuramento nella forma moderna:
· di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;
· di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;
· di promuovere l'alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l'arte medica;
· di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;
Non sembra esserci, in entrambe le versioni, il minimo dubbio. Perché? È ancora lecito chiedersi perché, in epoca precristiana, Ippocrate avvertiva già con orrore l’idea che il medico potesse operare per la morte del paziente? Purtroppo oggi c’è la tendenza di fare del medico una sorta di notaio, un esecutore della volontà che all’occorrenza si trasforma in un terminator. Si vorrebbe insomma sostituire l’alleanza terapeutica fra medico e paziente con un rapporto professionale fra datore di lavoro e lavoratore. Il paziente comanda, il medico obbedisce.
Passiamo adesso ad un altro testo dimenticato: la Costituzione italiana. Leggiamo:
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Riconoscere vuol dire che non è lo Stato a creare i diritti fondamentali. Di conseguenza non può mai nemmeno revocarli. Inviolabile vuol dire che è indisponibile, per l’uomo stesso come per lo Stato. Pari dignità sociale vuol dire, invece, che non è contemplato il caso di persone indegne di vivere, come vorrebbero i sostenitori dell’eutanasia. E infatti nel codice penale è punito l’omicidio del consenziente. Anche qui forse è bene andare a rileggere:
579 Omicidio del consenziente. Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni.
Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.
[…]
580 Istigazione o aiuto al suicidio. Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. […]
Esattamente come per Ippocrate, non c’è bisogno di versetti biblici per capire che il suicidio assistito è sbagliato. Basta il comune e laico buon senso.
Adesso, io non sono fra quelli che amano conferire una sorta di aurea sacrale alla Costituzione. Ma fatto sta che questi articoli esistono e sono chiari, non si può fingere di nulla. Per introdurre l’eutanasia in Italia, bisognerebbe abrogarli. Ma mettere mano alla Costituzione è sempre una faccenda molto complicata e forse, trattandosi dei primi dodici articoli e cioè dei principi fondamentali, addirittura tecnicamente impossibile. Bisognerebbe forse abrogare la Costituzione e farne un’altra. E sarebbe un peccato, visto che la Costituzione italiana è fra le più apprezzate al mondo (e nessuno l’ha mai definita come una sorta di dettato Vaticano solo ratificato dai padri costituente, ovviamente).
Spesso si cerca di far passare l’eutanasia passiva con l’articolo 32:
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
Qui molti ci vedono il diritto di sospendere il sostegno vitale alle persone in coma. E in effetti è un’interpretazione confermata da diverse sentenze. In realtà è una questione molto controversa, l’articolo stesso prevede il caso di trattamenti sanitari obbligatori e il tutto deve essere quindi visto sempre alla luce dei suddetti articoli. Quello di non morire di fame fa ovviamente parte dei diritti inviolabili dell’uomo. Si può ragionevolmente affermare che i padri costituzionali non volessero minimamente, con l’articolo 32, aprire uno spiraglio all’eutanasia. Infatti il secondo periodo riportato fa chiaramente riferimento agli esperimenti umani perpetrati dai nazisti e il supporto vitale è da sempre considerato un dovere imprescindibile dal personale sanitario. Alimentare qualcuno non può in alcun modo violare il rispetto della persona umana, si potrebbe quindi pensare all’alimentazione come a un trattamento obbligatorio. Infatti la nuova legge sul testamento biologico, ancora in discussione, dovrebbe chiarire questo punto e individuare alimentazione e idratazione come atti eticamente dovuti. Ovviamente con questo nessuno vuole impedire con la forza a Pannella di fare i suoi scioperi della fame, ma quando ci si trova in una struttura pubblica è un altro discorso. Poi ci sono ovviamente tutti i distinguo da fare, tipo in caso di morte imminente, ma la nuova legge dovrebbe ribadire il divieto del suicidio assistito. Infatti la sospensione del supporto vitale è di solito accompagnata dalla sedazione, vuol dire che la pratica si configura come una vera e propria eutanasia passiva.
Bisogna essere cauti anche a parlare di alimentazione forzata, perché allora è alimentazione forzata anche quella che si fa a un bambino. Più corretto parlare di alimentazione assistita. Con questa mentalità, anche l’infermiera che imbocca un disabile mentale potrebbe essere considerato un trattamento sanitario, ma se questo fosse facoltativo – con dichiarazione anticipata di rifiuto di alimentazione e idratazione – bisognerebbe davvero contemplare la possibilità di far lentamente morire di fame i disabili mentali. Quindi bisogna chiarire il significato dell’espressione “trattamento sanitario” che non è semplicemente qualcosa messo in atto da personale sanitario. Il trattamento sanitario deve essere ricondotto allo scopo terapeutico, quindi l’atto medico propriamente detto è la terapia. Ma il supporto vitale, anche se artificiale, non può essere considerato una terapia, perché la terapia ha per definizione bisogno di una malattia.
A riguardo è molto interessante il pronunciamento, anche se non unanime, del Comitato nazionale per la bioetica che si può leggere a questo indirizzo:
http://www.governo.it/bioetica/testi/PEG.pdf
Riporto alcuni passaggi:
Per giustificare bioeticamente il fondamento e i limiti del diritto alla cura e all’accudimento nei confronti delle persone in SVP, va quindi ricordato che ciò che va loro garantito è il sostentamento ordinario di base: la nutrizione e l’idratazione, sia che siano fornite per vie naturali che per vie non naturali o artificiali. Nutrizione e idratazione vanno considerati atti dovuti eticamente (oltre che deontologicamente e giuridicamente) in quanto indispensabili per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere (garantendo la sopravvivenza, togliendo i sintomi di fame e sete, riducendo i rischi di infezioni dovute a deficit nutrizionale e ad immobilità). Anche quando l’alimentazione e l’idratazione devono essere forniti da altre persone ai pazienti in SVP per via artificiale, ci sono ragionevoli dubbi che tali atti possano essere considerati “atti medici” o “trattamenti medici” in senso proprio, analogamente ad altre terapie di supporto vitale, quali, ad esempio, la ventilazione meccanica. Acqua e cibo non diventano infatti una terapia medica soltanto perché vengono somministrati per via artificiale; si tratta di una procedura che (pur richiedendo indubbiamente una attenta scelta e valutazione preliminare del medico), a parte il piccolo intervento iniziale, è gestibile e sorvegliabile anche dagli stessi familiari del paziente (non essendo indispensabile la ospedalizzazione). […] Procedure assistenziali non costituiscono atti medici solo per il fatto che sono messe in atto inizialmente e monitorate periodicamente da operatori sanitari.
[…]
Il problema non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono ad un individuo di restare in vita.
[…]
Si deve pertanto parlare di valenza umana della cura (care) dei pazienti in SVP. Se riteniamo comunemente doveroso fornire acqua e cibo alle persone che non sono in grado di procurarselo autonomamente (bambini, malati e anziani), quale segno della civiltà caratterizzata da umanità e solidarietà nel riconoscimento del dovere di prendersi cura del più debole, allo stesso modo dovremmo ritenere doveroso dare alimenti e liquidi a pazienti in SVP, accudendoli per le necessità fisiche e accompagnandoli emotivamente e psichicamente, nella peculiare condizione di vulnerabilità e fragilità.
Non basta per riflettere? Bene, passiamo alla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Anche qui non è minimamente previsto il caso di persone che abbiano perso la loro dignità per un qualsiasi motivo. Ma non è forse un diritto, astenersi da un proprio diritto? Certo, ma nel diritto positivo. Io ho il diritto di votare, ma anche quello di astenermi. Nei diritti fondamentali, se vogliamo naturali, le cose funzionano in maniera diversa. Un esempio? L’articolo 4:
Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.
Che fine hanno fatto qui la libertà e l’autodeterminazione? Non bisognerebbe distinguere il caso, anche se ipoetico, in cui una persona volesse rinunciare alla propria libertà? Magari per la sua cultura che impone alla donna di stare sottomessa all’uomo, e all’uomo alla sua comunità? O per motivi economici? Non è un voler imporre a tutti un valore tutto occidentale? Sì, è proprio così. Perché la libertà è un diritto inalienabile, indipendente da fattori esterni. Io se voglio posso rinunciare alla mia libertà, posso fare lo schiavo di qualcuno. Nessuno mi verrà ad arrestare. Però allo stesso tempo nessuna autorità al mondo riconoscerà mai il mio status di “libero schiavo”. Perché? Eppure non voglio mica obbligare nessuno ad imitarmi. Non faccio male a nessuno. Certo, semplicemente, se la mia richiesta di riconoscimento fosse accolta, si lederebbe la dignità umana in toto; mortificata in una delle sue qualità principali.
Sarebbe interessante, quindi, sapere come questi signori intendano modificare la Carta dei diritti umani. Proviamo a fare qualche tentativo:
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Ma ciò non toglie che si possano verificare casi di vite umane indegne da sopprimere su richiesta.
Sarebbe una cosa accettabile? Oppure:
La dignità della vita umana non ha valore universale e oggettivo ma dipende da fattori esterni quali la salute fisica e psicologica, la volontà, la percezione che si ha di se stessi ecc…
E come conciliare il principio assoluto dell’autodeterminazione con l’articolo 4? Non oso nemmeno pensare a che pasticcio potrebbe uscirne fuori se il bando della schiavitù venisse condito dal verbo dell’individualismo sfrenato e della dignità a condizione.
Tornando alla realtà, il punto è che il paradosso del libero schiavo mostra come ci siano diritti inalienabili ai quali non si può rinunciare. O meglio, si può rinunciarvi ma senza pretendere che essi vengano ufficialmente misconosciuti (anche solo individualmente) dal diritto.
La stessa identica cosa vale per il suicidio. È un fenomeno che esiste da sempre. Ma da quando ha cominciato a pretendere di diventare un fenomeno sociale? Giuridicamente riconosciuto e accettato? Questo ci porta alla seconda parte della nostra trattazione, che merita qualche breve cenno storico.
Aspetto storico
Abbiamo visto che la prospettiva dell’eutanasia era già presente nel mondo antico, con Ippocrate. Un orientamento negativo poi rafforzato e messo pienamente in pratica solo dalla cultura cristiana. Infatti nemmeno il mondo antico ebbe la forza di applicare pienamente i principi ippocratici. Ma l’eutanasia è un fenomeno presente in tutte le civiltà, per cui è interessante vedere le culture di riferimento di queste civiltà allo scopo di capire se sia il caso di riprendere certe concezioni precristiane della vita. Seguiamo Peter Singer, uno dei più grandi bioeticisti dei nostri giorni:
“L’uccisione dei neonati indesiderati o l’uso di lasciarli morire, è stata prassi normale in moltissime società, in tutto il corso della preistoria e della storia. La troviamo per esempio nell’antica Grecia, dove i bambini handicappati venivano esposti sui pendii delle montagne. La troviamo in tribù nomadi, come quella dei Kung del deserto del Kalahari, dove le donne uccidono tutti i bambini nati, quando ci sia un figlio più grande non ancora in grado di camminare. L’infanticidio era prassi corrente anche su isole polinesiane come Tikopia, dove l’equilibrio tra risorse alimentari e popolazione veniva mantenuto soffocando i bambini indesiderati dopo la nascita. In Giappone, prima dell’occidentalizzazione, il ‘mabiki’, parola nata dalla prassi di sfoltire le piantine di riso per consentire a tutte quelle restanti di fiorire, ma che finì per indicare anche l’infanticidio, era ampiamente praticato non solo dai contadini, che potevano contare su modesti appezzamenti di terreno, ma anche dai benestanti” (Peter Singer, “Ripensare la vita”, Il saggiatore, p. 137).
Alcuni dicono che il grado di civiltà si vede da come vengono trattati i bambini, se assumiamo questo criterio non ci viene fuori certo un quadro rassicurante. Nonostante il giuramento di Ippocrate, anche il mondo antico ha conosciuto di questi fenomeni. A Sparta i bambini imperfetti dovevano essere uccisi o abbandonati, a Roma si era soliti scagliare giù dalla Rupe Tarpea i nascituri malformati. Quindi l’eutanasia, infantile e non, si inseriva in questo contesto di disprezzo per la vita umana (solo che almeno allora non si pretendeva fosse il medico a prendere il ruolo di boia).
Quando le cose hanno cominciato a cambiate? Purtroppo per Singer, doveva nascere il fenomeno Cristianesimo che ha imposto una concezione della vita che poi è quella arrivata fino a noi. Ed è proprio questa concezione cristiana della vita che ci fa rabbrividire di fronte al ricordo della Rupe Tarpea. I cristiani dei primi secoli si vantavano di non uccidere i loro figli, ne dentro né fuori il grembo materno.
Passarono così migliaia di anni, con regni e stati diversi, rivoluzioni politiche e giuridiche, ma senza che l’eutanasia venisse più presa in seria considerazione, a parte alcune eccezioni. E questo mentre le medicina non poteva certo offrire il sostegno cui oggi siamo abituati.
Cosa è successo poi? Tutti sanno, ma non sempre si può dire, che l’eutanasia fa il suo vero ingresso storico col nazionalsocialismo che per primo, nell’Occidente europeo, la istituzionalizzò insieme all’aborto. Solo il nazismo, così fortemente ostile alle radici giudeo-cristiane dell’Europa, poteva attuare un tale rovesciamento culturale che riportasse il mondo alla prospettiva pagana di vita (col ritorno della rupe Tarpea). Ma con una differenza importante: un pietismo che scimmiottasse la carità cristiana. Cioè la volontà di sopprimere essere umani nel loro stesso interesse. Era così che la propaganda presentava il programma Aktion T4. A riguardo sono molto interessanti i video tratti dal documentario La croce e la svastica de La storia siamo noi che si trovano anche su youtube. Viene messo molto bene in evidenza il fatto che i media si misero subito al servizio della propaganda, con documentari “scientifici” tenuti da scienziati (questa volta senza virgolette) che spiegavano quanto fosse buono e giusto il darwinismo sociale. Immagini di semplici essere umani sofferenti, venivano montate ad arte per farne dei mostri: dei fenomeni da baraccone in condizioni tali da non potersi dire umani. Certo, l’intento del nazismo era anche eugenetico. Cioè eliminare gli imperfetti per scongiurare il rischio di infezione della pura razza ariana. Ma il motivo centrale della propaganda era quello ripetuto dagli stessi attori: “Se io dovessi finire in queste condizioni, vorrei essere ucciso” per cui molti documentari più soft potrebbero essere riutilizzati oggi senza imbarazzo. Col particolare che ovviamente nessuno si curava di chiedere alcun parare ai diretti interessati, né alle loro famiglie. Fatto sta che il popolo tedesco - ormai all’inizio della guerra che lo avrebbe portato alla rovina senza mai intaccare la loro fiducia nel loro Furher - non approva e, nonostante la martellante propaganda, Hitler fu costretto a sospendere il programma (in realtà solo ufficialmente).
Il punto è che per la prima volta, torna il concetto di vita umana indegna. Un’espressione coniata dal nazismo che ha resistito alla damnatio memoriae del Terzo Reich. Nessuno vuole averci niente a che fare con Hitler e il suo regime, basta farne il nome per suscitare espressioni disgustate. Eppure è come se dalla distruzione del colosso nazista, si fossero emanate delle tossine che ci sono entrate nel sangue. Il concetto di vita indegna ci sembra ormai infatti del tutto normale. Lo sentiamo in tv, alla radio, nei giornali. Non passa giorno che non si invochi il diritto di fare una “morte degna”. Chi osa anche solo contestarlo viene immediatamente tacciato di tutti i mali del mondo. Eppure sappiamo tutti da quale cultura ci viene questa espressione.
A questo punto i ben pensanti e i moralisti, di solito, si stracciano le vesti. Come si osa ricordare che l’eutanasia fu un pilastro portante dell’ideologia nazista? Come si osa paragonarla alla nostra eutanasia, così buona e pietosa? Così rispettosa della volontà individuale?
Il guaio è che le forme sono diverse, la sostanza è la stessa. La differenza fattuale sta solo nel punto che noi oggi, per sentirci un po’ meglio, vorremmo che all’ingresso delle moderne camere a gas ci fossero dei testamenti biologici da firmare. Ma di fatto si vuole far passare la terminazione dei disabili, solo che questa volta si ha la bontà di chiedere il loro parere. Si passa quindi dal modello in cui la medicina cura i malati, a quello in cui i malati li elimina.
Chi si scandalizza del paragone con l’eutanasia nazista è un sepolcro imbiancato. Ci sono intellettuali che, con molta più coerenza, ammettono la validità dell’idea di fondo propagandata dal regime pur prendendo le distanze dalle modalità con cui questa è stata applicata. Dicono che dobbiamo liberarci del pregiudizio secondo cui una cosa è sbagliata solo perché l’ha fatta Hitler. È agghiacciante, ma almeno sono coerenti. E soprattutto danno a Cesare quello che è di Cesare, ovvero non negano il legame storico che li lega alla cultura nazista della vita indegna e inutile. Infatti allora lo stato tedesco creò delle categorie per individuare le persone da eliminare. Oggi bastano delle categorie di persone potenzialmente eliminabili. Infatti tra chi afferma – seguendo la Carta dei diritti umani – che la vita umana ha sempre una sua intrinseca, oggettiva ed universale dignità e chi contempla la possibilità di vite indegne, quale dei due è più vicino alla tradizione cristiana\occidentale e quale alla cultura nazionalsocialista e alla concezione precristiana della vita? E poi l’eutanasia nazista non era solo coercitiva, c’era anche quella praticata col libero consenso. Quindi sarebbe onesto riconoscere un proprio debito storico e culturale, visto che il nazismo non solo ha istituzionalizzato l’eutanasia. L’ha anche fornita di una sistematica giustificazione ideologica come mai si era visto prima, fornendoci anche un lessico che è ancora presente fra noi.
Una certa rivalutazione del nazismo, poi, si trova anche in intellettuali di spicco come Piergiorgio Odifreddi che, nella sua intervista ad Hitler, sostiene che la demonizzazione del nazismo è solo frutto della storiografia dei vincitori. Per cui se fossero stati gli Usa a vincere la guerra, sarebbero diventati loro il simbolo del male. Insomma, il nazismo sembra essere stato un regime come tutti gli altri, colpevole solo di aver perso la guerra. E per questo Odifreddi non disdegna nemmeno malcelati toni antisemiti contro intellettuali come Giorgio Israel. Può sembrare un ritorno al passato, in realtà Odifreddi è semplicemente all’avanguardia.
Pratica e teoria
Ma la pratica corrisponde sempre alla teoria? No, per niente. Soprattutto perché la teoria eutanasica è contraddittoria e finisce naturalmente con l’evolversi verso conclusioni non previste, almeno non esplicite. Basta infatti fare un’altra operazione ideologicamente molto sgradita: andare a vedere come stanno le cose nei paesi che hanno legalizzato l’eutanasia da anni. Il bilancio non è molto positivo, visto che è accaduto quello che era ragionevole aspettarsi. Cioè un progressivo scivolamento verso pratiche che all’inizio facevano credere impensabili.
Infatti, il dibattito che viviamo oggi in Italia c’è stato, ovviamente, in forme analoghe anche in Gran Bretagna e in Olanda e in diversi altri paesi. Tuttavia l’Olanda è l’esempio più significativo perché fu uno dei primi paesi a legalizzare l’eutanasia e ancora oggi c’è un forte consenso della popolazione nei confronti di questa pratica. Dicevamo che il dibattito è stato simile al nostro. Bisognava dare risposta al grido di dolore dei malati terminali, concedendo loro una morte dolce e dignitosa. Ma oggi, è ancora così che stanno le cose?
Il caso Chabot
Per nulla. Già dieci anni dopo si ebbe il caso Chabot, un medico che aveva prescritto una dose mortale di farmaci ad una donna per niente ammalata, né fisicamente né psicologicamente. Semplicemente disperava di poter avere di nuovo una vita felice dopo la morte del marito. Cosa accadde a questo dottore? Fu processato e condannato. Ma non per quello che potrebbe sembrare, un caso di omicidio del consenziente. No, solo perché non aveva rispettato il protocollo omettendo di chiedere il parare di un altro dottore. E alla fine fu assolto in appello, cavandosela solo con un ammonimento da parte dell’ordine dei medici. Quindi già dieci anni dopo in Olanda, era venuto meno il principio che voleva l’eutanasia come soluzione estrema per casi estremi di malattia e di infermità.
Chi avrebbe mai immaginato una cosa del genere? Nessuno, tranne coloro che sono abituati ad andare oltre la propaganda e capire che una volta eliminato un principio fondamentale diventa tutto possibile, e a nulla servono le buone intenzioni. Qual è il punto debole di questa costruzione ideologica, messo così bene in evidenza da questi casi?
Volendo fare sintesi dei tre riferimenti medici e giuridici che abbiamo esaminato all’inizio (Giuramento di Ippocrate, Costituzione, Carta dei diritti umani) si deduce il principio dell’indisponibilità della vita. Cioè della vita come di un bene indisponibile per lo stesso individuo che non ne può appunto disporne come di una lampada da spegnere con un on\off. Contro questo principio si scagliano i sostenitori dell’eutanasia, opponendovi invece il principio dell’autodeterminazione. La vita è mia e ci faccio quello che voglio senza dover dare conto a nessuno, per farla breve. In realtà si tratta solo di una caricatura della vera libertà, perché quando si vive in società noi non apparteniamo più solo a noi stessi ma facciamo parte di un corpo. Inoltre deleghiamo allo Stato alcuni poteri fondamentali come quello legislativo. Anche il momento della nostra morte, non è socialmente irrilevante. È un po’ anche il motivo per cui non si può andare in giro nudi, pur restando nella piena autodeterminazione del proprio corpo.
Il pendio
Ad ogni modo, quando la vita si dichiara bene disponibile, è poi difficile ricreare dei paletti dal nulla. Se è disponibile per i malati, lo deve essere per tutti. È il principio fondamentale dell’eguaglianza dei diritti, una volta riconosciuto il diritto di morire è chiaro che esso deve essere esteso a tutti i cittadini. Questo è il primo passo.
Il secondo passo riguarda invece la dignità della vita. Ogni ideologia eutanasica nello stato iniziale, sostiene la possibilità che la malattia comprometta talmente la qualità della vita da negarne la dignità umana. Ma quando è che si può parlare di vita umana indegna? Solo quando la ritiene tale il diretto interessato (il malato), rispondono con facilità i fautori dell’eutanasia. Quindi la dignità umana non ha più un valore oggettivo, diventa un fatto soggettivo. Questo vuol dire che quando si vede un disabile per strada, non si può dire se quella sia una persona umana con la sua intrinseca dignità. No, bisogna prima vedere lei che cosa ne pensa. Ma anche qui accade inevitabilmente lo stesso fenomeno. Se noi dichiariamo la vita un bene disponibile, e leghiamo la dignità alla volontà individuale, col tempo la casistica – che inizialmente applicava questi ragionamenti solo ai malati – scomparirà. Assumendo come criterio questo individualismo esasperato, prima o poi avremo persone sane che con diritto chiederanno lo stesso trattamento. Ecco il caso Chabot. Ma casi simili si registrano anche negli altri paesi.
Quindi, una volta abbattuto il principio dell’indisponibilità della vita e una volta che si è tolta alla dignità umana consistenza oggettiva, l’eutanasia diventa un diritto di tutti. Questa è la conclusione logica, confermata dall’esperienza. Quindi, presto o tardi, potremmo avere per le nostre strade le cabine del suicidio come quelle disegnate da Matt Groening nel suo cartone Futurama.
La commissione Remmelink
Ma il caso olandese offre molti altri spunti di riflessione. Nel 1995 il governo istituì la Commissione Remmelink per fare il punto sulla situazione. Uno dei risultati fu che ogni anno, circa mille pazienti venivano terminati dai medici senza il loro consenso. Ma la stessa Commissione non sembra essersi scandalizzata di questo dato, ritenendolo come qualcosa di fisiologico. E paradossalmente, non avevano tutti i torti. Ad ogni modo, questo vuol dire che in Olanda sono già stati terminati decine di migliaia di malati senza il loro consenso, tutto in pochi anni.
Da notare poi che teoricamente un medico può essere sempre chiamato a rispondere delle sue azioni, e a volte è effettivamente accaduto. Ma nonostante l’omicidio di decine di migliaia di persone, non si registra neppure una condanna (o almeno io non ne ho notizia). Questo perché i medici olandesi sono una vera e propria corporazione che ha avuto un ruolo fondamentale nell’introduzione dell’eutanasia che quindi è un po’ una loro creatura e si sentono quindi legittimati a gestirla come vogliono loro.
Una volta che abbiamo ammesso il principio per cui la qualità della vita può compromettere la dignità, facendo così venire meno il baluardo dell’inviolabilità dei diritti fondamentali, chi meglio del medico può valutare? Cose ne possono mai capire le famiglie? E cosa volete che ne sappia quell’ammasso di carne infetta che ormai vive solo per soffrire ed occupare un letto?
Alcuni notano giustamente che ogni epoca ha la sua classe egemone. Anticamente erano i teologi che comandavano, poi è stata la volta dei filosofi e dei politici. Oggi è il turno dei medici e dei tecnici.
E in tutto questo cosa ne dice l’opinione pubblica? Poco e nulla, perché le coscienze sono anestetizzate da decenni di propaganda pro-eutanasia. Il verbo dell’autodeterminazione è servito solo per reintrodurre il principio della vita umana indegna. E in effetti molti considerano questa una vera e propria rivincita sulla Storia che aveva visto l’Olanda in prima fila contro l’eugenetica nazista.
L’eutanasia infantile
Nei Paesi Bassi, però, si registra un fenomeno ancora più interessante: l’eutanasia infantile. Anche questa una battaglia portata avanti dai medici e che ha portato al Protocollo di Groningen a cui ha lavorato il pediatra Venhagen. Quest’ultimo ha se non altro il dono della chiarezza e spiega molto bene come si sia autoconferito il potere di vita e di morte sui suoi pazienti. Il problema è il seguente: se il diritto alla dolce morte è così importante, come regolarsi con i bambini? Perché lasciarli in una condizione così indegna e senza speranza? Se l’eutanasia forzata verso gli adulti è una pratica consolidata ma che tuttavia si preferisce tenere il più possibile segreta, il problema non si pone per un bambino che non è in grado di prendere decisioni. Si può chiedere il consenso dei genitori, certo. Sempre Venhagen, in realtà, spiega che però il consenso dei genitori è un po’ un impiccio burocratico che serve solo per dare ancora un minimo di continuità con la propaganda pro-eutanasia. In un’intervista a Repubblica dice testualmente che i genitori non sono in grado di decidere, deve essere lui a deliberare la morte. Poi nel caso può pensare di chiedere il parere dei genitori
Un vergognoso e significativo silenzio
E l’opinione pubblica? L’Unione Europea? Silenzio quasi totale. E cosa ne pensa invece chi, a livello politico, lotta per la cosiddetta autodeterminazione? Ovviamente accusa di oscurantismo chiunque osi mostrare anche solo perplessità. Ma la cosa degna di nota è un’altra e che sembra confermare la mia teoria. I sostenitori dell’eutanasia in Italia vanno dicendo che bisogna imitare l’Olanda, che l’Italia si deve vergognare per come tratta i malati. Ma non dicono mai che è assolutamente necessario introdurre cose come l’eutanasia infantile. Bisogna obbligarli a parlarne. Questo perché loro sanno benissimo che tutte queste cose sono sviluppi inevitabili della loro ideologia, ma sanno che nella prima fase della propaganda (quale è in Italia) bisogna prima creare un clima favorevole al ritorno del concetto di vita indegna con la rassicurante idea dell’autodeterminazione. Poi il resto verrà col tempo, in maniera spontanea.
E in effetti nei paesi dove l’eutanasia è legale da più tempo, si regista un disprezzo per la vita altrimenti inspiegabile. Gli esempi che si possono fare sono tanti. In questi giorni è venuto alla luce il caso inglese di Kerrie che ha deciso di togliersi la vita per l’impossibilità di avere figli. Però ha voluto essere soccorsa dai medici solo per la terapia del dolore. E in effetti i medici l’hanno guardata morire per rispettare la sua volontà. Questo vuol dire che in Gran Bretagna il suicidio assistito è un diritto esigibile dalle strutture sanitarie, e anche qui non c’è più traccia delle famose malattie terminali e invalidanti.
Un altro caso inglese che ha fatto scalpore, è stato quello di un bambino di un anno con un cervello perfettamente funzionante ma con l’handicap di non potersi muovere e di un respiratore. Medici e genitori hanno stabilito che la sua non poteva che essere una vita triste e misera – testuali parole – che in sostanza non era degna di essere vissuta. Conclusione: hanno staccato il respiratore e lo hanno lasciato morire asfissiato. Così, anche in Gran Bretagna, l’eutanasia ha aperto la porta all’eliminazione delle “vite indegne”.
È chiaro che in questi paesi si è già diffusa l’idea che piano piano si sta facendo strada anche da noi. Ovvero che è accettabile eliminare la malattia e la sofferenza eliminando i malati stessi. Anche i medici olandesi si dichiarano in maggioranza onorati di porre fine alle sofferenze dei bambini. Questo vuol dire che loro non vivono l’eutanasia nemmeno come una sconfitta, semplicemente loro erogano vita e morte allo stesso modo. Come se la morte si trattasse di una normale terapia.
La Clinica della morte, Dignitas
Negli ultimi tempi è balzata agli onori della cronaca anche una clinica tutta particolare, la Dignitas. È una clinica che si occupa di suicidio assistito per le persone che lo richiedano, senza mettersi a indagare troppo sulle ragioni. Il suo direttore, Minelli, esalta senza remore il suicidio come una magnifica opportunità per fuggire dalla sofferenza. Ma qui ormai non si tratta nemmeno più lontanamente del dolore di una malattia terminale e inguaribile. Infatti questo signore crede suo dovere “aiutare” anche i vedovi se si sentono troppo soli. Un’iniziativa lodevole, se aiutare non volesse dire sopprimere invece di provare magari a far loro un po’ di compagnia.
Ed è così che Dignitas ha già “aiutato” tante persone per i più svariati motivi e con le tecniche più fantasiose. È una clinica che opera in Svizzera col beneplacito della legge, incontrando talvolta solo resistenze occasionali e di motivo tecnico. Infatti è stata costretta diverse volte a lasciare gli appartamenti e gli alberghi in cui operava, perché la gente era stanca del continuo via vai di cadaveri.
Infine, c’è un’altra cosa da chiarire. L’Olanda è una democrazia, non una dittatura come quella nazista. I dissidenti non vengono fatti tacere, sono semplicemente inascoltati. Solo che il popolo tedesco, ripetiamo, nonostante la martellante propaganda obbligò Hitler, in un paese sotto dittatura, a cambiare strategia. Invece noi, nell’Europa di oggi libera e democratica, nemmeno ci permettiamo di protestare. Infatti a livello internazionale non esistono azioni di protesta degne di nota. Questo vuol dire che forse la propaganda è ancora più subdola di quella nazista. Un esempio è il sopra citato articolo di Repubblica che presenta l’eugenetica di Venhagen con i tratti rassicuranti tipici dei filmini girati dai nazisti. La clinica della morte è un posto dove tutti sorridono. Dove non si usa la parola “uccidere”, dove si terminano le persone per il loro bene. Non una dittatura, non un paese in guerra. Semplicemente un paese impregnato della cultura della morte. Tanto che gli anziani sono terrorizzati e molti non vanno in ospedale per paura di essere un po’ troppo “aiutati”.
Inoltre è bene ribadire che tutti i successivi sviluppi dell’eutanasia olandese non sono deformazioni (come qualcuno vorrebbe far credere), bensì la logica conseguenza di un’ideologia spiegata solo in parte. Sviluppi che condivide anche chi lotta per introdurre l’eutanasia italiana e che infatti si guarda bene dal criticare la via olandese o la Dignitas, difese anzi a spada tratta.
Ovviamente, non mancava chi all’inizio diceva che così si sarebbe andati a finire. Chi osava fare una previsione così logica e poi così dimostrata dai fatti, veniva bollato come un pazzo visionario. Eppure per una cosa così clamorosa, come sempre, non c’è nessuno degli accusatori di allora che si sogni di fare autocritica. Ne sono nate due strategie differenti. Parte degli accusatori di allora si sono semplicemente convertiti alle successive evoluzioni dell’eutanasia, fingendo di non averle mai negate. L’altra parte nemmeno ammette di avere sbagliato, si nasconde dietro più o meno velate critiche all’Olanda. Dicono che per fede dobbiamo credere che in Italia questo non accadrà, come se il bel paese potesse resistere per sempre contro tutto il mondo. Paradossalmente poi questi sono spesso anche quelli malati di esterofilia, per cui tutto ciò che viene dall’estero è bello e morale.
Conclusioni
Nel corso di questa piccola inchiesta, ho parlato spesso di ideologia. Nel caso dell’Italia forse è ancora più evidente. Infatti il nostro è un paese dove ci sono migliaia e migliaia di ammalati che sono semi-abbandonati. Molto spesso ricevono una pensione di invalidità minima (e sono spesso capofamiglia) e l’assistenza è ridotta al lumicino. Questo non perché ci sia una esplicita volontà di abbandonarli, semplicemente mancano i finanziamenti. Ma è una realtà molto ben nascosta anche dai media che quando trovano il malato che invoca il diritto di morire, ci si soffermano per giorni e giorni nella forma di una pervasiva propaganda. Quando invece si tratta di malati che chiedono il diritto di vivere, la cosa sembra essere meno interessante. Ma questo forse non accade per caso.
Diritto di morire, ma non di vivere
Infatti, se agli ideologi dell’eutanasia importasse davvero qualcosa della sofferenza e se la loro non fosse appunto un’ideologia ma avesse un briciolo di razionalità, lotterebbero prima per assicurare il massimo dell’assistenza a queste persone. Poi forse penserebbero all’eutanasia. Invece accade l’esatto contrario. Prima si assicurano che i malati vengano abbandonati a se stessi per gettarli nella disperazione insieme alle loro famiglie, e questo mentre diffondono la cultura di morte che individua nel malato una persona potenzialmente indegna e quindi eliminabile. Perciò è molto raro vedere questi ideologi lottare concretamente e in prima linea per l’assistenza di queste persone. Sanno bene che in una società dove il malato non è un peso, con una medicina che combatte la sofferenza e non il sofferente, dove queste persone possono sentirsi amate e accudite non solo dalle loro famiglie ma anche da uno stato che metta a disposizione tutto l’aiuto possibile, le richieste di eutanasia crollerebbero in quantità e intensità. Rischierebbero cioè di prosciugare il loro bacino di consenso principale. È tutto sommato conveniente che in Italia i malati terminali continuino ad essere praticamente dei morti che camminano.
Infatti oggi la tecnologia permette anche a persone gravemente malate come Stephen Hawking, uno dei più grandi astrofisici viventi, di spostarsi autonomamente, di comunicare, di fare ricerca, tenere lezioni. Quindi i nostri malati andrebbero forniti di sintetizzatori, carrozzine elettriche e superaccessoriate. Ma di questo non si può parlare. Non si può intavolare un dibattito pubblico su questi temi, siamo già troppo impegnati ad assicurare loro il “diritto” di morire. Del loro diritto di vivere ci occuperemo poi, forse. Cioè mai. Anche se così si verrebbe incontro a una buona parte di quelle persone che vorrebbero inserire nelle categorie della morte.
Un’altra prova è forse ancora più chiara. Solo in questi giorni l’Italia ha forse eliminato il gap che la divideva dagli altri paesi europei quanto a cure palliative per i malati terminali. Eppure tutta la propaganda eutanasica ha insistito pochissimo su questo punto, al contrario per esempio della annuale Giornata mondiale del malato (istituita da Giovanni Paolo II nel lontano 1992).
Ma l’ideologia eutanasica dimostra la sua vera natura anche per la fallacità dei concetti che ha ormai inculcato in molte persone che si prodigano nella loro pedissequa ripetizione, senza che sia possibile far loro assumere una dimensione critica. Li ho già trovati nel corso della trattazione, è utile considerarli insieme e in maniera sintetica.
Ci viene ripetuto fino alla noia che nessuno vuole eliminare i disabili, si vuole solo dare loro la possibilità di autoeliminarsi. Ma, uscendo dalla retorica, rimane il dato sostanziale che i nostri paesi diverranno dei posti dove si attuerà probabilmente l’eliminazione di massa dei disabili, per quanto consensuale. Ma questo cosiddetto “consenso” che valore finisce con l’assumere in società, come quella olandese, dove la morte da evento naturale viene promosso a quotidiano atto amministrativo? A riguardo è molto interessante l’opinione di Hirsch Ballin, ex-ministro della giustizia olandese, espressa diversi anni fa:
Ma sono tuttora convinto che stabilire un diritto all' eutanasia, stabilire l' eutanasia come normalità , come regola e non come eccezione alla regola, avrebbe effetti pericolosi: metterebbe a rischio i diritti di chi soffre. Soprattutto in una società come la nostra, in cui competitivita' e materialismo determinano il valore dell' individuo. Il malato, sentendosi improduttivo e magari di ostacolo agli altri, potrebbe essere indotto a chiedere la morte.
Questa è l’opinione di uno che all’eutanasia ha lavorato attivamente. Cioè il consenso per essere davvero tale al di là di ogni ragionevole dubbio, dovrebbe essere contestualizzato in una società del tutto opposta alla nostra (e soprattutto dove i malati non vengono abbandonati). Ma questo gli ideologici dell’eutanasia non lo sanno o non lo dicono, pensano che per applicare l’eutanasia tal quale esce dalle loro menti basti una legge.
Le categorie della morte
Ballin dice quindi una grande verità. Vogliono farci credere che l’autodeterminazione sia una libertà in più che non può in alcun modo ledere la libertà degli altri. Certo, ma in un mondo utopico. In realtà è il principio stesso che contiene questo pericolo. Come si fa a dichiarare pubblicamente che abbiamo eliminato quella persona perché affetta da quella data malattia che la privava di dignità, senza per questo tangere – anche senza volerlo – la dignità di tutte le altre persone che hanno quella malattia? Come negare che esse, facendo parte delle “categorie della morte”, perdano il loro status di persone umane ineluttabilmente degne per diventare persone potenzialmente indegne? L’autodeterminazione in queste forme, quella che riguarda solo le scelte individuali e mai gli altri, ci impedirà di vedere un disabile per strada e di considerarlo automaticamente persona degna, in base alla Carta dei diritti fondamentali. No, bisognerà vedere prima lei che cose ne pensi.
Cosa ne direbbe l’Arcigay, se alla Dignitas offrissero cocktail mortali ai gay depressi e insoddisfatti della loro vita? Se aiutassero a morire persone che magari sono state convinte di essere malate in quanto omosessuali? Sarebbe sufficiente l’escamotage del finto individualismo? Sì, aiutiamo a uccidersi quel gay perché a suo dire l’omosessualità lo priva della dignità, però questo non ha assolutamente niente a che fare con tutti gli altri gay. No, io direi proprio che non funzionerebbe.
E queste categorie poi, chi le stabilisce? Chi stabilisce che una tale malattia è passibile di morte e un’altra no? Gli stessi che accusano gli oppositori dell’eutanasia di voler imporre la loro etica. Come se lo scegliere quali persone possono accedere al diritto che loro hanno individuato, in barba a tutti i fondamenti giuridici, non sia una forma di discriminazione (che infatti verrà meno col tempo, come insegna l’esperienza).
Questo per quanto riguarda i malati, ma c’è anche un livello più generale. Nel momento in cui si contempla giuridicamente la possibilità di riconoscere vite umane indegne che quindi rinunciano al loro diritto alla vita, viene meno il già citato articolo dei diritti umani. Quindi non è per niente una questione individuale e basta, si tratta di relativizzare la dignità umana. E quindi questo riguarda tutti. Cioè il diritto di morire lede in maniera così generalizzata i diritti di tutti, da non sembrarlo.
I registi di un’ideologia
In conclusione, è bene almeno accennare sui personaggi che tengono le fila di questi dibattiti. Conoscerli bene, vuol dire capire i veri obiettivi. Pochi sanno che uno dei maggiori sostenitori internazionali dell’eutanasia è Peter Singer, uno dei più grandi bioeticisti dei nostri tempi. Un signore che scrive libri, tiene conferenze in giro il mondo, amato e venerato. Tanto da essere scelto come consigliere di bioetica dal governo Zapatero. Ma questo signore sostiene che un porco sano vale più di una bambina malata. Dice chi i bambini non sono persone, e che prima di considerali umani a tutti gli effetti ci vuole un periodo di osservazione per assicurarsi che siano perfetti. Sostanzialmente lui e tutti quelli della sua risma, vedono i diritti umani come una sgradita eredità della cultura cristiana. Da qui si spiega l’attacco sferrato al cuore dei diritti umani, in quella dignità che deve essere svuotata di oggettività e universalità. Infatti sempre Singer sostiene che la vita umana non ha il grande valore che crediamo, ad avere valore è il progetto di vita che ognuno di noi ha. Gran parte dell’ideologia eutanasica viene da queste persone, opportunamente rielaborata da media e politici conniventi che la spiattellano nelle forme del pietismo e dell’autodeterminazione. Ma ovviamente a uno come Peter Singer non può importare molto della sofferenza dei malati (almeno non più di quella di un maiale), quella è solo un’occasione per aprire un varco nella dottrina dei diritti umani. Che si tratti poi di reazione sentimentale e non razionale, poco importa. Perché loro sanno che quella breccia si aprirà progressivamente con i colpi delle loro picconate, fino a quando non cadrà tutto l’edificio faticosamente costruito negli ultimi due millenni e rigenerato dalla sconfitta del nazismo.
Perché questa volta non ci sarà una guerra, troppo rumorosa. La loro è una guerra psicologica e silenziosa volta a due obiettivi nemmeno tanto nascosti. Primo, la rinuncia della dignità umana, apparentemente almeno a come la abbiamo conosciuta fino ad oggi. Secondo, la fine del bando dell’omicidio in tutte le sue forme. Deve essere loro riconosciuto il diritto di uccidere le persone indegne, anche se all’inizio in forme limitate. Ma l’importante è che venga meno il principio mosaico del “Non uccidere” che ha la colpa di disconoscere allo stato e alla società il diritto di disporre della vita altrui. Una volta abolito questo ultimo tabù, i cosiddetti abusi verrano inevitabilmente perchè verrà attribuito - alla società, ai medici, allo stato e quant'altro- un potere enorme che non dovrebbero mai avere. E l'illusione dell'autoeliminazione non servià a molto, perchè nei fatti saranno loro ad eliminare.
E questa volta quello che vogliono non se lo prenderanno con la forza, lo esigono come qualcosa di dovuto. Noi dobbiamo spontaneamente rinunciare ad una cosa fondamentale come la dignità umana. È un patto col diavolo al quale non ci può sottrarre: noi offriamo loro in sacrificio la dignità umana e questi ideologi in cambio ci offrono la promessa illusoria di una vita – e una morte – senza sofferenza. Chi nutre perplessità, deve essere convinto di essere una persona cattiva e così deve essere pubblicamente additato. Così l’Occidente rischia di vendersi l’anima per poco, come Esaù che vendette la sua primogenitura per un piatto di lenticchie senza credere di farlo sul serio. Poi però non si torna più indietro.
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