mercoledì 11 novembre 2009

Gli «Atti dei martiri» cattolici nell’Urss


10 Novembre 2009
STORIA
Gli «Atti dei martiri» cattolici nell’Urss
Un frate mantovano ha frugato gli archivi del Kgb per trovare i documenti ufficiali sul clero romano perseguitato e ucciso in 70 anni dal regime comunista.


La chiesa del Sacro Cuore a San Pietroburgo ha il sapore della fede bagnata dal sudore di gente semplice. Iniziarono a co­struirla, in epoca zarista, 15mila o­perai polacchi, che lavoravano nel­la vicina fabbrica di porcellane. Tuttavia non è mai stata completa­ta, perché i tre sacerdoti che – dal 1917 al 1937 – vi si sono succeduti, sono stati più volte arrestati. L’ulti­mo in ordine di tempo, padre Epi­fanio Akulov, fu fucilato durante u­na celebrazione religiosa. Quando, sessant’anni più tardi, il frate mino­re Fiorenzo Emilio Reati, 68 anni, mantovano di origine, tornò a cele­brare messa in quella chiesa, uti­lizzò il corporale macchiato del sangue del suo predecessore. «Po­tete immaginare – confida oggi – l’emozione che provai quando di­stesi quella tela di lino inamidato sopra l’altare. Io successore di un martire: in che avventura mi ero cacciato!».

Quattro anni fa si è a­perto il processo di beatificazione di padre Akulov. Nel frattempo il re­ligioso italiano si è andato a leggere i documenti degli archivi desecre­tati del Kgb per ricostruire la storia dei tanti confratelli zittiti dal regi­me sovietico con la fucilazione o con l’allontanamento dal Paese. Da questa ricerca è nato, sei anni fa, un tascabile Dio dirà l’ultima paro­la. La persecuzione della Chiesa cat­tolica in Russia in epoca sovietica (Arca edizioni). Preludio ad un la­voro enciclopedico che uscirà tra non molto e dove saranno raccolti documenti e testimonianze di arre­sti, processi-farsa, decreti di con­danne, fucilazioni che, in ot­tant’anni di storia, hanno interes­sato vescovi e preti cattolici e orto­dossi.

Come vivevano i cattolici della Russia imperiale?
«Il cattolicesimo ai tempi degli zar era la confessione dei cittadini op­pressi. Le loro insurrezioni per le li­bertà civili e politiche furono re­presse con la forza. A farne le spese fu anche la gerarchia ecclesiastica. Vescovi e preti faticarono non po­co, tra l’altro, a mantenere autono­mia e libere relazioni con il Vatica­no».

Quanti erano i cattolici in Russia all’epoca degli zar?
«Cinque milioni, assistiti da 27 ve­scovi e 2194 sacerdoti; si ritrovava­no in 1500 chiese». Poi la Rivoluzione d’ottobre del 1917 portò il partito bolscevico al potere e con esso Lenin. «Un evento che anche i cattolici, al­lora, salutarono con speranza. Il potere sovietico – pensavano – in­cline a promuovere il bene dei la­voratori, non avrebbe oppresso la Chiesa da sempre perseguitata in Russia». Mai speranza fu così vana... «Sì, ben presto il potere bolscevico mostrò i suoi umori antireligiosi. Lenin, con alcuni decreti, privò la Chiesa di terreni, accademie teolo­giche, convitti e seminari. L’inse­gnamento della religione divenne un crimine, il matrimonio religioso illegale. Anche le chiese furono re- quisite: le comunità religiose pote­vano prenderle in affitto dallo Sta­to, a condizione di riceverne il pre­ventivo permesso dalle autorità. Permesso che spesso non arrivava. I sacerdoti cattolici, ma anche i loro collaboratori furono privati dei di­ritti elettorali. Altre misure dettero inizio a una guerra aperta contro la venerazione delle reliquie: scoper­te, furono in parte disperse e in parte rinchiuse nei musei statali».

Come si difesero i cattolici?

«In molte parrocchie nacquero 'Comitati parrocchiali di fedeli lai­ci' a difesa della Chiesa e dei suoi sacerdoti. Purtroppo, però, in di­versi casi, in questi comitati si infil­trarono collaborazionisti del regi­me ». Finita la prima guerra mondiale, nacquero nuovi Stati indipenden­ti. «La Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia. Molti cattolici vi fuggi­rono – per fame o per terrore dei bolscevichi. Per loro la vita in Rus­sia era del resto divenuta impossi­bile. A marzo del 1923 le autorità citarono in giudizio l’arcivescovo Cepliak e 14 sacerdoti di Pietrobur­go, tra i quali padre Costantin Budkievicz, prete molto amato per la sua fama di santità. Fu quello il celebre processo collettivo al clero cattolico. Padre Budkievicz morì nelle cantine della polizia segreta, la Ceka, divenendo il primo martire del calendario dei martiri cattolici. Molti altri processi sommari al cle­ro e a comunità monastiche si sa­rebbero verificati negli anni succes­sivi. E per 12 sacerdoti è in corso la causa di beatificazione».

Dopo la morte di Lenin salì al po­tere Josif Dzugasvili, detto Stalin. Cambiò qualcosa?
«Per i cattolici no. Poiché, nonostante tutte le restrizioni, i sacerdoti continuavano a lavorare segretamente, il nuovo regime pensò di abbattere il cattolicesimo anche culturalmente, attraverso la propaganda atea. Nacque la Lega dei militanti atei, una casa editrice, l’Ateo, un giornale, il Giornale dei senza Dio, edito in tutte le lingue dei popoli viventi in Unione sovietica e diffuso in 44 milioni di copie. Nel Paese vennero aperti migliaia di musei dell’ateismo e per diffondere la cultura atea nella nuova Russia venivano organizzate manifestazioni di piazza. Nelle scuole vennero istituiti corsi di ateismo scientifico».

Il Papa come si comportò?
«Pio XI cercò di ricostruire la gerarchia ecclesiastica. Senza successo: i prelati nominati in segreto furono subito sottoposti alla repressione. Il 9 febbraio 1930 scrisse una lettera-denuncia sull’Osservatore romano, suscitando consensi e sostegno in tutto il mondo civile. I russi protestarono, ma per un certo periodo moderarono i metodi barbarici impiegati nella lotta antireligiosa. Non durò molto: dal 1937 al 1939, in pieno terrore staliniano, furono 150 i preti fucilati; a Levashova (nei pressi di Pietroburgo), a Sandormock (nel centro della Cariglia) e soprattutto nel gulag delle isole Solovki dove persero la vita anche moltissimi ortodossi. Nel 1941 in Russia rimanevano aperte solo due chiese, una a Mosca e l’altra a Leningrado, scampate alla chiusura perché appartenenti all’ambasciata francese, mentre nel Paese vivevano un solo vescovo – peraltro straniero – e 20 preti in libertà».

Una tensione che si stempererà solo negli anni Ottanta del secolo scorso. E che si concluderà con la «perestroika» di Gorbaciov, che nel 1989 decretò la libertà di culto di tutte le professioni religiose. Qual è lo stato di salute della Chiesa cat­tolica in Russia oggi?
«Molte chiese sono state riaperte. I cattolici sono stimati in un milione e 200mila, per lo più anziani. I preti sono 200, quasi tutti stranieri. In­somma, gli effetti di decenni di a­teismo si fanno sentire ancora oggi. Ma dobbiamo sperare per il futuro: i seminari sono tornati a sfornare giovani preti locali».

Andrea Bernardini

Avvenire

martedì 10 novembre 2009

E il muro segnò la fine del paradiso terrestre


Esattamente vent’anni fa cadeva il muro di Berlino sotto le picconate di folle reazionarie, segnando l’inizio della fine del sistema sovietico. Trovo fuori luogo le celebrazioni di questo evento storico, senza che nessuno ne faccia notare la tragicità. La caduta quasi senza colpo ferire dell’Urss, ha nascosto la vera natura del fatto.

Iniziò in quel giorno il crollo del paradiso terrestre, del sogno finalmente realizzato di un mondo senza religioni e soprattutto senza Cristianesimo. Perdeva di credibilità il mondo che andava dai tetti in giù, e dove tutto quello che c’era sopra quei tetti era guardato solo come terreno di sfida a dio.

Un mondo finalmente senza inibizioni, libero dei vincoli della Religione e quindi un mondo di uomini finalmente liberi. Dove la scienza era libera dal Cristianesimo che la aveva sempre soffocata, rendendo così l’Impero esportatore di progresso di cui ancora oggi si giovano i paesi che hanno avuto l’onore di farne parte.

Finite le questioni teologiche, si era aperta un’era di pace. Non c’era più un dio da imporre su un altro dio, era stata tolta così alla guerra il suo fondamento. L’umanità era Dio, e fu così che la divina umanità esportò pace e libertà in tutto il mondo.

Fu la vittoria dei diritti umani, sempre così schiacciati dalla religione cristiana. Fu la nuova età dell’oro, l’era della ricchezza.

Tutto spazzato via da coloro che non erano in grado di capire che quel muro, quel filo spinato, quei soldati, erano lì a proteggerli dalla tentazione oppiacea dell’Occidente.

Non c’è nulla di cui festeggiare. Al contrario si dovrebbe manifestare sentimenti di cordoglio agli eroi non ancora sconfitti. Ai campioni come Odifreddi che hanno visto spegnersi il loro paradiso.

Ma la speranza vive ancora in Cina…

domenica 8 novembre 2009

Il Crocefisso secondo Natalia Ginzburg

Il testo che segue è tratto da un famoso editoriale di Natalia Ginzburg, scrittrice ebrea ma atea. Davvero merita di essere letto.

Non togliete quel Crocefisso

Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La ricoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così?

Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.

Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.

Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto.

Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Pubblicato sull’Unità del 22 marzo 1988

Travaglio e il Crocefisso


Ho trovato questo articolo di Marco Travaglio sul Crocefisso, certi passaggi non sono del tutto convincenti e anche un po’ contraddittori per il consueto spirito di parte. Ma è comunque un punto di vista interessante. Chissà se adesso anche Travaglio sarà crocifisso in nome della laicità dai suoi campioni, annoverandolo fra i malfattori nemici dello Stato laico.


Ma io difendo quella croce

di Marco Travaglio

5 novembre 2009
Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io.

Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di “radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i “genitori ideologizzati” e la “Corte europea ideologizzata” tirando in ballo “la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.

Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).

Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).

Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.

Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.

A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.

da Il Fatto Quotidiano n°38 del 5 novembre 2009

l'AnteFatto

venerdì 6 novembre 2009

OLANDA: una società in sedazione terminale

di Joseph Meaney

Nella mia visita più recente ad Amsterdam per il Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF) sono stato colpito ancora una volta dalla rimarchevole facciata di prosperità pacifica e tollerante che gli olandesi tengono in piedi. Sebbene sia sempre più in evidenza la sua famosa tolleranza verso il sesso sfrenato e la licenza, il fascino di Amsterdam resta intatto nelle sue linde case, nei negozi, nei musei, e nelle sue chiese bellissime (sebbene vuote).

La cruda verità, tuttavia, è che questo faro mondiale di liberalismo sta marcendo dall’interno e deve fare sempre più affidamento sulla menzogna per mantenere le apparenze di una nazione fondata sulla tolleranza, la pace e la prosperità.

Da nessuna parte questo è stato più evidente che al WCF, un evento a cadenza biannuale che mette insieme persone che hanno a cuore la vita e la famiglia provenienti da tutto il mondo. La stampa nazionale ha dibattuto se fosse accettabile o no aver permesso che si tenesse ad Amsterdam e ha condannato la partecipazione di deputati al congresso. Manifestanti anarchici anti-famiglia hanno vandalizzato l’ufficio del WCF e hanno imbrattato con vernice spray i muri che conducevano al centro conferenze di messaggi con slogans come “Fondamentalisti cristiani tornate a casa e crepateci” e “Libertà di scelta”. Gli operai del comune hanno rimosso i graffiti entro poche ore dalla loro apparizione in una notevole dimostrazione di efficienza.

Le autorità olandesi sono diventate molto abili a dissimulare gli atteggiamenti contro la famiglia e contro la vita che stanno erodendo non solo le ultime vestigia della loro ricca cultura ma quel che rimane dello stesso popolo olandese. La popolazione totale è di 16,7 milioni; gli ultrasessantacinquenni costituiscono quasi il 15% degli abitanti (in contrapposizione agli Stati Uniti, i cui cittadini ultrasessantacinquenni costituiscono il 12,8% della popolazione). La percentuale dei giovani al di sotto dei 15 anni sta calando, e all’interno di questa fascia demografica vi è un numero sempre maggiore di immigrati stranieri. E’ un fatto di pubblico dominio che il nome più comune scelto per un bambino di sesso maschile che nasce oggi ad Amsterdam è Mohammed (come nel caso di Londra, Bruxelles, Oslo e Copenhagen). A parte gli argomenti sulla religione, le differenze etniche e l’assimilazione, non ci vuole un demografo di professione per capire che questa tendenza non promette bene per gli olandesi di origine europea.

Questa nazione orgogliosamente progressista cerca sempre più di mantenere la sua aria di normalità e di prosperità per mezzo di elaborate falsificazioni. Gli olandesi sostengono spesso che il loro paese ha uno dei tassi di abortività più bassi al mondo, con 6,5 aborti su 1.000 donne, o circa 22.400 all’anno. E sostengono di avere un bassissimo tasso di gravidanze adolescenziali.

Ma questo non è altro che un trucco statistico. Sebbene gli olandesi usino scrupolosamente i contraccettivi, chiunque studi la pianificazione familiare conosce che le percentuali di fallimento dei contraccettivi sono molto alte. Aggiungete il fallimento inevitabile della prevenzione delle gravidanze a una popolazione apertamente promiscua, e vedrete inevitabilmente un gran numero di gravidanze.

L’Olanda sarebbe dunque un’eccezione a questa regola? Alcuni sostengono che il loro metodo “doppiamente olandese” di usare sia la contraccezione ormonale che i preservativi funziona meglio delle pratiche per il controllo delle nascite della maggior parte degli altri paesi. Una cosa di cui si discute raramente in questo contesto, tuttavia, è il fatto che ora è pratica comune per una donna olandese in ritardo con il ciclo andare dal suo medico generico e farsi praticare un’”estrazione mestruale”, o “regolazione mestruale” - un eufemismo intelligente per definire una procedura che consiste essenzialmente nel farsi vuotare manualmente il contenuto del suo grembo.

Ma qui sta il trucco. In questi casi, non si fa alcun test di gravidanza per determinare se la procedura ha fatto abortire un essere umano nei suoi primi giorni di vita. Così le estrazioni mestruali non vengono mai registrate come aborti, il che sono certamente in un gran numero di casi. Le statistiche ufficiali olandesi dunque sottostimano di gran lunga il vero numero degli aborti.

L’’eutanasia è un’altra area dove le cifre ufficiali danno un quadro fuorviante. Il dott. Henk Jochemsen, titolare della Cattedra Lindeboom di etica medica alla Free University di Amsterdam, ha riferito che l’Olanda riconosce ufficialmente circa 2.300 morti di eutanasia all’anno, comprese centinaia di pazienti che non hanno mai esplicitamente richiesto questo tipo di morte. Come se questo non fosse già abbastanza inquietante, ha rivelato anche che più di 11.000 persone all’anno muoiono sotto “sedazione profonda”. Questa procedura viene spacciata come un’opzione compassionevole per i malati terminali, un modo di mettere fine alla loro vita con dignità. Progettata in origine per essere impiegata raramente [ma quale pratica disumana non è stata presentata “solo per i casi estremi”?, N.d.T.), e solo allorquando i pazienti nelle loro ultime ore di vita stavano soffrendo di dolori che era difficile controllare.

Ma la sedazione profonda attualmente praticata in Olanda è diventata una forma diffusa di eutanasia passiva. Il dott. Jochemsen ha spiegato che oggi la causa di morte non è di solito la malattia ma la mancanza di cibo e idratazione -in breve, i pazienti vengono correntemente fatti morire di fame e di sete dopo essere stati drogati fino a perdere conoscenza, un fatto non rivelato dai dottori.

Non c’è bisogno di dire che queste morti sotto sedazione profonda non vengono contate come eutanasia in Olanda, anche se ammontano a più di quattro volte le cifre “ufficiali” delle morti per eutanasia (per ulteriori informazioni, visita www.lindeboominstituut.nl ).

La terra del progressismo impazzito ama proclamarsi un paradiso per gli edonisti “diversi” e un’isola di tolleranza. Statistiche disoneste possono tenere in piedi questa astuta illusione per un certo tempo, ma è improbabile che duri per molto tempo ancora la versione attuale del liberalismo olandese. Non è assolutamente possibile che si regga in piedi. L’entusiasmo per l’eutanasia può togliere di mezzo gli olandesi anche più velocemente di altre nazioni europee con tassi di natalità inferiori al tasso di ricambio demografico.

Molti gruppi etnici sono scomparsi nel corso della storia, generalmente tramite assimilazione all’interno di altri popoli che davano più valore alla nascita dei figli. Sarebbe una tragedia se il popolo e la cultura unici dell’Olanda, per amore della licenza e del calcolo, decidessero di cessare di esistere. Eppure questo lento suicidio è già molto avanzato. Mentre la cultura olandese europea si sposta dal presente verso il passato, sembra che gli olandesi abbiano scelto la sedazione profonda di tutta una nazione.


© Insidecatholic - Traduzione di Giovanni Romano

FRANCIA: boom di aborti dopo il sì alla «pillola»


Da quando l’aborto è stato legalizzato, nel 1975, la Francia ha conosciuto un’impressionante inflazione del ricorso alla contraccezione, in ogni sua forma, eppure, il numero di aborti è rimasto nel tempo stranamente costante e soprattutto a un livello altissimo: 200mila l’anno,quasi uno ogni tre nascite. Ma oggi si diffondono anche nuovi timori legati alla somministrazione della Ru486 fuori dagli ospedali…

Per molti anni, si è tentato di negarlo. Ma ormai, davanti alle crude evidenze statistiche, tanti medici, demografi e sociologi d’Oltralpe hanno rotto il ghiaccio: esiste davvero un inquietante «paradosso abortivo francese».

Non si può definire in altro modo un fenomeno storico del tutto imprevisto che mette oggi in crescente imbarazzo i responsabili sanitari transalpini: da quando l’aborto è stato legalizzato, nel 1975, la Francia ha conosciuto un’impressionante inflazione del ricorso alla contraccezione, in ogni sua forma. Eppure, il numero di aborti è rimasto nel tempo stranamente costante e soprattutto a un livello altissimo: attorno ai 200mila casi ogni anno, ovvero quasi un aborto ogni tre nascite. Un tasso, ad esempio, che è il doppio di quello tedesco. E tutto questo, nonostante gli esperti prevedessero e auspicassero invece negli anni Settanta, come ancora negli anni Ottanta, esattamente il contrario: che «logicamente» l’aborto sarebbe divenuto un fenomeno «residuale» grazie agli «investimenti pubblici» senza precedenti in politiche contraccettive di massa.

Cambiando il punto di vista e passando a quello dei cittadini, il «paradosso» equivale a un’inquietante banalizzazione dell’aborto nella società francese. Ammessa a chiare lettere fin dal 2004 anche da un’autorevole istituzione scientifica pubblica come l’Istituto nazionale di studi demografici (Ined): a parità di altri fattori, «la stabilità dei tassi di Ivg [che sta per interruzione volontaria di gravidanza, il termine burocratico ufficiale utilizzato per l’aborto] sembra proprio tradurre un aumento della propensione a ricorrere all’aborto in caso di gravidanza non prevista».

Una verità scomoda da ammettere in un Paese in cui l’aborto è stato ufficialmente introdotto per legge come una soluzione di estremo ricorso esplicitamente rivolta alle «donne in stato di sofferenza».

Ma di fronte a questo paradosso e all’ampiezza presa dalle deformazioni rispetto all’iniziale ispirazione legislativa, sono in molti oggi a chiedersi quanta parte di responsabilità possa essere imputata all’introduzione dell’aborto chimico: una «specialità» industriale storicamente francese che ancor oggi continua a rappresentare una specificità nazionale.

In effetti, l’introduzione della Ru486 ha innescato lo scivolamento progressivo dell’aborto al di fuori dei confini delle strutture ospedaliere. Al punto che da qualche mese la somministrazione dell’aborto chimico è possibile persino presso i centri associativi di «planning familiare». Prima, vi era già stata un’estensione agli ambulatori medici convenzionati con gli ospedali.

Col concorso di un discorso pubblico inizialmente centrato sulla «semplicità» di fruizione del trattamento anti-ormonale, la quota dell’aborto chimico ha superato in pochi anni il 30% del totale.
Ma oggi, sullo sfondo già tetro dell’auspicata eccezione abortiva trasformatasi invece dopo un trentennio in «norma» corrente, si diffondono anche nuovi timori legati alla somministrazione della Ru486 fuori dagli ospedali. Si moltiplicano, soprattutto su internet, le testimonianze di donne, talora adolescenti, che hanno vissuto il dramma straziante di un aborto pressoché solitario in casa, dopo aver ingerito la Ru486 davanti a un medico. E c’è già, in questi tempi di crisi economica, chi accusa i poteri pubblici di aver allentato oltre ogni limite ragionevole le misure di accompagnamento.
Ciò, sostengono i detrattori, ha forse garantito qualche economia alle casse statali, ma gli effetti concreti sulle persone potrebbero rivelarsi negli anni sempre più devastanti.

Chiamato inizialmente a «risolvere gli inconvenienti dell’aborto chirurgico», l’aborto chimico è visto ormai sempre più spesso come un cavallo di Troia carico di detestabili conseguenze impreviste.


di Daniele Zappalà
Avvenire, 20 ottobre 2009

MARIOLOGIA: i “punti fermi” della corredenzione mariana


di Padre Alessandro Maria Apollonio (FI)
1. Introduzione
Le verità rivelate da Dio sul mistero di Maria di Nazareth si sono andate condensando, nel corso dei secoli, in altrettanti titoli mariani che, nella loro pratica essenzialità, divenivano i portatori di contenuti teologici, a volte anche molto articolati e complessi, distillati dal pio ed intenso lavoro degli studiosi ed anticipatamente intuiti dal sensus fidelium . Basti pensare alla semplicità del titolo di Madre di Dio, Theotokos in greco, ed alle dispute teologiche che hanno animato il Concilio di Efeso (431), nonché alle sue complesse implicazioni filosofico-teologiche nel concetto di persona, natura, maternità e figliolanza.
Dare un titolo, un nome proprio a tali verità significa rendere semplice, intuitivo e alla portata di tutti ciò che potrebbe esser difficilmente compreso dalla maggior parte degli uomini, se presentato estesamente nelle sue cause. L'intelligenza dell'uomo si è manifestata sin dall'inizio nel dare un nome alle cose, a differenza degli animali che, seguendo gli impulsi della loro natura non intelligente, delle cose ne fanno un uso semplicemente legato agli istinti della vita biologica. Dare il nome ad una cosa o ad una azione, significa averne colto l'essenza unitaria sotto l'apparente molteplicità, averne colto il carattere permanente proprio, sotto il superficiale divenire. Fino a quando una determinata realtà non possiede un nome proprio, questa si confonde con realtà simili: è il nome proprio che porta in sé l'intuizione della differenza specifica all'interno dello stesso genere e l'intuizione, sia pure inadeguata, della singolarità individuale, all'interno della stessa specie.
2. Fondamenti biblico-patristici e magisteriali
Venendo al nostro caso, la spada di dolore profetizzata dal santo Simeone, e penetrata fino al fondo del Cuore immacolato di Maria nello stesso momento in cui dal costato di Gesù sgorgavano - misticamente simboleggiati nel sangue e nell'acqua - i sacramenti che davano vita alla Chiesa, è stata sempre considerata come il simbolo biblico di una misteriosa partecipazione di Maria al sacrificio redentore di Cristo. Il riflesso di tale verità è apparso sin dall'inizio anche nella Tradizione extra biblica: la presenza di Maria nei primi formulari liturgici d'Oriente ed Occidente, nei quali si fa memoria di Maria, sola tra tutti i Santi, nel momento stesso in cui la Chiesa perpetua il memoriale della Passione del Signore - ricordiamo il Canone di Sant'Ippolito che risale ai primi anni del III secolo, testimone di una tradizione ancor più antica - è un segno di prim'ordine della Rivelazione non scritta, che aiuta a cogliere il sensus plenior dei versetti biblici in cui Maria appare associata al Figlio nel compiere l'opera della Redenzione. Anzi, aiutano a vedere tutta la Storia della Salvezza inclusa nel grande segno della Donna associata al Figlio maschio nella guerra vittoriosa contro il serpente, nemico per antonomasia di Dio e dell'uomo. Ci sono voluti 1400 anni circa affinché tale misteriosa partecipazione di Maria alla Passione redentrice di Cristo, creduta e celebrata da sempre nella Chiesa, ricevesse per la prima volta un nome proprio, che la distinguesse da ogni altra partecipazione creaturale alla stessa opera di Cristo. Questo avvenne nel XV secolo, salvo nuove scoperte, per opera di San Pietro di Salisburgo, il quale ci ha lasciato la seguente preghiera manoscritta:
«Pia dulcis et benigna
nulla prorsus luctu digna
si flectum hinc eligeres
ut compassa Redemptori
captivato transgressori
tu corredemptrix fieres»
Pia, dolce e benigna
non meritevole di dolore
se da qui strappi la conversione
condividendo la Passione del Redentore
prigioniero del peccatore
sei divenuta Corredentrice
Non mancano Santi Padri che attribuiscono a Maria i titoli di Redenzione (San Giovanni Damasceno), operatrice di salvezza (Sant'Ambrogio), salvezza di coloro che erano perduti (San Pier Crisologo), prima riparazione del peccato (Sant'Andrea di Creta), né autori posteriori che ancor più esplicitamente attribuiscono a Maria dei titoli che in modo inequivocabile esprimono il singolare ruolo di Maria all'opera della Redenzione. In particolar modo nelle opere che vanno dal X secolo al 1750, il Laurentin ha enumerato un centinaio di testi in cui compare il titolo di Redentrice, ed una cinquantina in cui vi è il titolo di Corredentrice, oltre a molti altri in cui si trova il sinonimo, allora altrettanto diffuso, di Salvatrice . Tuttavia il titolo di Corredentrice si impone progressivamente nella Chiesa, fino ad arrivare agli inizi del nostro secolo in cui un illustre Servo di Maria, il card. Alessio Lépicier, si è prodigato a lanciare il titolo a tutti i li velli ecclesiali, anche attraverso la pubblicazione di pregiatissimi studi sull'argomento, tradotti in varie lingue. L'efficacia di questo movimento mariologico si può constatare nel fatto che già nel 1908 il titolo di Corredentrice entrava ufficialmente negli Acta Apostolicae Sedis , seguito da altre due comparse durante il pontificato di San Pio X, nel 1913 e nel 1914. Il primo Papa che personalmente usò il titolo in documenti ufficiali fu Pio XI; ne fece uso per tre volte in discorsi riportati dall'Osservatore Romano . Giovanni Paolo II, da parte sua, ha usato il titolo di Corredentrice sei volte, in discorsi ufficiali pubblicati sull'Osservatore Romano .
3. Explicatio terminorum
Prima di addentrarmi nei contenuti teologici del titolo, ritengo opportuno premettere una rapida explicatio terminorum. Redenzione significa etimologicamente la liberazione di una o più persone dalla schiavitù attraverso il versamento di un prezzo. Ora, dopo la colpa originale, l'uomo era schiavo del peccato, non se ne poteva liberare da solo. Gesù morendo sulla croce ha versato il prezzo del nostro riscatto e ci ha liberati dal peccato e da tutte le sue conseguenze, donandoci la grazia. Teologicamente, la Redenzione può definirsi come «il riscatto dell'umanità dal peccato e dalla morte, realizzato da Cristo mediante l'Incarnazione, la morte e la risurrezione e mediante la varia cooperazione di coloro che a ciò son stati predestinati sin dall'eternità». In questa varia cooperazione all'opera redentrice di Cristo si distingue per singolare eccellenza la figura di Maria, la quale è detta per antonomasia Corredentrice. Questo titolo significa letteralmente cooperatrice alla Redenzione e distingue l'opera di Maria sia da quella di Cristo, che unicamente è detto Redentore, e mai Corredentore, sia da quella dei suoi discepoli che normalmente sono detti cooperatori e non corredentori. La Corredenzione di Maria si distingue dalla Redenzione di Cristo, per il semplice fatto che l'essere ed operare di Maria sono essenzialmente dipendenti e subordinati a Cristo; si distingue dalla cooperazione dei discepoli, perché questa è subordinata a quella di Maria, oltre che alla Redenzione di Cristo. Inoltre, mentre la Corredenzione di Maria è coestensiva a tutte le fasi della Redenzione di Cristo, la cooperazione dei discepoli si estende solo all'applicazione dei frutti della Redenzione o, per dirla con i teologi del XX secolo, alla Redenzione soggettiva.
4. La natura della Corredenzione mariana
Esistono molti studi sull'argomento, i quali riportano fedelmente i documenti del magistero e della Tradizione che trattano della partecipazione di Maria all'opera redentrice di Cristo. Ora ritengo opportuno presentare a modo di sintesi ordinata le acquisizioni già formalmente recepite dal magistero, nonchè le conclusioni teologiche più sicure.
La Corredenzione si può definire propriamente come la cooperazione attiva, immediata, formale e subordinata di Maria a tutta l'opera della Redenzione.
4.1 Tutta l'opera della Redenzione: Redenzione oggettiva e soggettiva
L'aggettivo tutta che qualifica l'estensione dell'opera della Redenzione, sta per le due parti essenziali di cui si compone la stessa opera: la Redenzione in atto primo e la Redenzione in atto secondo. La Redenzione in atto primo, o Redenzione oggettiva, o fase ascendente della Redenzione, si può definire come l'acquisto della salvezza universale tramite il sacrificio voluto da Dio per riconciliare a sé il mondo. La Redenzione in atto secondo, o Redenzione soggettiva, o fase discendente della Redenzione, o mediazione della grazia, si può definire come l'applicazione dei frutti della Redenzione ai singoli individui, tramite le mediazioni volute da Dio, che realizzano l'incontro personale e santificante dell'individuo con la grazia che scaturisce dallo stesso sacrificio redentore.
4.1.1 La cooperazione di Maria si estende a tutta l'opera della Redenzione, perché si estende sia alla Redenzione oggettiva , sia alla Redenzione soggettiva . Anzi, ella è mediatrice della grazia perché è anche Colei che ha contribuito a generare quella grazia, come Madre del Verbo incarnato e come Sua generosa compagna nell'offrire al Padre il sacrificio redentore. Ammettere che Maria partecipa solo alla dispensazione dei frutti della Redenzione, senza aver parte in nessun modo al loro acquisto, significa attribuire a Gesù un amore filiale verso la Madre più legato alla carne e al sangue che allo spirito. Infatti, se solo il legame biologico e affettivo fosse il motivo per cui Cristo rese partecipe Maria dell'economia salvifica fino alla fine dei tempi, allora avremmo una sorta di “nepotismo teologico”, ossia quella forma di privilegio sganciato da alcun merito morale, e dunque dalla giustizia, prodigato dai potenti unicamente in virtù del loro legame naturale verso i propri congiunti. Nemmeno la semplice santità di Maria può spiegare la sua singolare missione di Dispensatrice della grazia, perché proprio la singolare santità di Maria rispetto a tutti gli altri santi, non si spiega adeguatamente se non con la Sua singolare partecipazione attiva al sacrificio redentore; spiegare la santità singolare di Maria unicamente con il Suo legame naturale verso Gesù, sarebbe ancora una volta cadere in una visione fisicista ed estrinseca della grazia, in netto contrasto alle parole di Gesù che invita i suoi discepoli ad identificare la sua propria parentela a partire da elementi morali e spirituali (fare la volontà del Padre). I fratelli, le sorelle le madri di Gesù sono coloro che fanno la volontà del Padre. La Maternità di Maria verso Cristo ha un valore maggiore dal punto di vista dell'obbedienza alla volontà di Dio, sempre da Lei amata e fedelmente praticata, che dal punto di vista della carne che Ella diede al Figlio di Dio. Dove dunque si vede la sublime santità di Maria, superiore a quella di qualsiasi altro santo, se non nel compiere tale sublime volontà, fino al totale sacrificio del Suo cuore materno ai piedi della croce? Questo gesto sacrificale, verso cui era protesa tutta la vita di Maria, qualifica l'eccellenza della santità di Maria, ed il suo particolare merito in ordine alla dispensazione di quella grazia che Ella contribuì a generare, come Madre del Verbo incarnato e associata al suo sacrificio redentore.
4.2 I Modi della cooperazione
La cooperazione, in genere, indica l'unione della propria azione a quella di un altro, per produrre con lui un'opera comune, che è il risultato di due cause, disitinte nel principio, ma associate nella loro attività e nell'effetto, termine della loro azione. Nel nostro caso il termine della cooperazione di Maria con Cristo è stata la Redenzione del genere umano.
4.2.1 Con l'espressione cooperazione attiva si intende attribuire alla Corredenzione mariana un valore non semplicemente passivo, ossia di pura accoglienza della Redenzione da parte di Maria, ma un Suo personale, libero e responsabile contributo all'opera redentiva compiuta da Cristo. Riducendo la Corredenzione alla cooperazione passiva, Maria sarebbe tutt'al più la rappresentante dell'umanità che sotto la croce riceve i torrenti di grazia scaturiti dal costato trafitto del Figlio, per poi distribuirli, a sua volta, a tutti gli uomini. Questo modo di intendere la cooperazione di Maria all'opera redentiva è favorito, forse inconsciamente, dal concetto aristotelico di maternità che attribuisce alla madre, appunto, un ruolo puramente passivo, oggi diremo da incubatrice, nei confronti della generazione della vita. Ma già il medico Galeno (II sec. d. C.), sulla base della sua esperienza professionale, indicava un diverso concetto di maternità, che assegnasse anche alla madre un concorso attivo nel processo generativo. La medicina contemporanea, ed il senso comune dell'uomo d'oggi, dà decisamente ragione al dato empirico di Galeno, piuttosto che alla deduzione meta-empirica di Aristotele.
Poiché Maria al Calvario divenne Madre degli uomini, secondo il ripetuto insegnamento di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, e questa Maternità risulta come il frutto della sua corredenzione, ci si deve chiedere: Maria, sul Calvario, è stata vera Madre dell'umanità, e perciò ha contribuito attivamente a questa soprannaturale generazione oppure, essendo stata semplicemente passiva, deve considerarsi Madre in senso metaforico, avendo ricevuto in consegna, a modo di incubatrice, l'umanità redenta unicamente dal sacrificio di Cristo? La risposta che emerge chiaramente dai documenti del magistero non lascia dubbi: Maria ha cooperato attivamente alla Redenzione e perciò deve dirsi vera Madre degli uomini nell'ordine della grazia.
4.2.1.1 A tal proposito è utile ricordare che vi sono alcuni teologi - per es. don Domenico Bertetto - che attribuiscono all'espressione cooperazione attiva un significato diverso da quello che abbiamo appena illustrato. Secondo costoro la cooperazione attiva nel campo della Corredenzione, starebbe a significare l' influsso fisico e morale esercitato da Maria sugli stessi atti redentori di Gesù. Ora, mentre è certo che Maria abbia esercitato un grande influsso sugli atti di Cristo nella vita nascosta, poiché Gesù le era sottomesso, e all'inizio della vita pubblica - basti pensare all'intervento decisivo di Maria alle nozze di Cana -, non appare altrettanto evidente l'influsso diretto di Maria sugli atti umani di Gesù che determinarono la Sua volontaria immolazione sacrificale tramite la consegna ai carnefici. Per questo alcuni teologi, pur ammettendo un positivo apporto di Maria all'opera redentrice di Cristo, negano la cooperazione attiva, perché mancherebbe di solido fondamento biblico-patristico l'influsso diretto di Maria agli atti redentivi di Cristo. Questa questione di natura più psicologica che essenziale, è di secondaria importanza e, in qualunque caso, non pregiudica la dottrina della cooperazione attiva di Maria intesa come il Suo apporto personale, libero e responsabile al fine dell'opera redentiva di Cristo.
4.2.2 La cooperazione è detta immediata per distinguerla da quella semplicemente remota che, pur essendo vera in se stessa, non è sufficiente a spiegare adeguatamente il coinvolgimento personale di Maria nell'opera redentiva. La cooperazione remota, fin troppo ovvia, consiste nell'avere Maria dato alla luce il Redentore. Se solo questo bastasse per definire la Corredenzione di Maria, allora anche le mamme di tutti i Santi dovrebbero essere chiamate collaboratrici dell'opera realizzata dai loro figli. Se questo è vero per alcuni casi, ad esempio per la mamma di San Giovanni Bosco, non è vero per altri casi dove la mamma, terminata la sua funzione naturale, per vari motivi, è scomparsa ben presto dall'orizzonte esistenziale del figlio, come accadde per es. a Santa Veronica Giuliani, rimasta orfana di madre all'età di quattro anni. Nessuno ritiene la mamma di Santa Veronica, con tutto rispetto per le sue virtù materne, propriamente la cooperatrice di Santa Veronica nell'opera di riforma all'interno delle Clarisse Cappuccine. Dunque il titolo di Corredentrice indica che la cooperazione di Maria non si restringe solo alla Sua Maternità naturale; oltre a dare alla luce Gesù, Ella lo accompagnò durante tutta la Sua vita, unendo il suo cuore materno alla volontà di Lui, che era venuto al mondo per offrire se stesso in sacrificio di espiazione per i peccati degli uomini. Il capitolo VIII della Lumen Gentium insiste molto su questa amorosa associazione di Maria al Figlio che perdura senza soluzione di continuità dal suo fiat all'Annunciazione, fino al suo olocausto d'amore consumato sul Calvario. Per stabilire le modalità di tale associazione i teologi ed i mistici hanno profuso le loro migliori risorse, ma evidentemente si balbetta, essendo un mistero accecante, ancora in gran parte inesplorato.
In forza del principio di ricapitolazione , tracciato da San Paolo nella lettera ai Romani e successivamente sviluppato da San Giustino e da Sant'Ireneo fino a diventare il principio guida di tutta la teologia cattolica, il peccato di Adamo ed Eva doveva essere riparato dal nuovo Adamo e dalla nuova Eva. Come furono entrambi i progenitori a meritare il castigo, così è necessario - è necessità ipotetica, perché presuppone il principio di ricapitolazione, voluto liberamente da Dio - che siano entrambi, il nuovo Adamo e la nuova Eva, a meritare il perdono. Ed allora, a ragione, la rappresentazione del crocifisso, per essere più adeguata sia dal punto di vista teologico, sia storico, non dovrebbe mai omettere la figura di Maria, co-immolata assieme al Figlio, come Corredentrice del genere umano.
4.2.2.1 A ragione si dice anche che il sacrificio che ci ha redenti è stato unico ; non perché è stato offerto da una sola persona, bensì perché è stato consumato dall'unica coppia che rappresentava l'umanità intera e ricapitolava in se stessa la disobbedienza della prima coppia. Come unica è la natura umana, pur essendo essenzialmente composta dall'elemento maschile e quello femminile, così unico è il sacrificio redentivo dell'umanità, pur essendo composto dallo stesso duplice elemento. A questo punto bisogna chiedersi: il sacrificio di Maria sul Calvario si pone sullo stesso livello di quello di Cristo? La risposta è data dalla definizione di Corredenzione, come la cooperazione di Maria subordinata e dipendente da Cristo.
L'insistenza su questo aspetto della Corredenzione è tanto più necessaria, quanto più manca la coscienza dei presupposti fondamentali della sana mariologia cattolica; massimamente è necessaria nel dialogo ecumenico con i fratelli protestanti ma, al contrario, è di fatto quasi assente in certi autori cattolici che si rivolgono ai fedeli devoti per accrescere la loro pietà mariana. San Massimiliano (+1941), per esempio, considerava addirittura una mancanza di rispetto verso Cristo l'insistere sulla subordinazione di Maria, perché tale insistenza rivelerebbe quasi una sfiducia nei confronti dell'indefettibile fedeltà di Maria e, essendo Maria il capolavoro di Cristo, tale imperfezione si rifletterebbe su Cristo stesso.
4.2.3 Tuttavia, dal punto di vista teologico è fondamentale chiarire il senso di tale subordinazione . Assolutamente parlando, il sacrificio di Cristo, essendo di valore infinito, avrebbe meritato da solo, in modo sovrabbondante, la Redenzione dell'umanità. Non vi è dunque necessità metafisica o assoluta della cooperazione mariana, ma solo una necessità ipotetica o relativa, dato il decreto divino di ristabilire l'ordine infranto dalla prima coppia peccatrice, attraverso la ricapitolazione della storia a partire dalla nuova coppia santa.
4.2.3.1 Ma allora, se già il sacrificio di Cristo ha guadagnato in modo sovrabbondante la Redenzione universale, che senso ha il sacrificio di Maria che riguadagna ciò che già era stato acquistato? L'obiezione avrebbe senso se i due sacrifici fossero separati; ma non lo sono. L'immolazione di Cristo e l'immolazione di Maria sono in realtà un unico sacrificio, l'unico sacrificio che Dio aveva preparato per riconciliare a sé il mondo. Unico sacrificio perché unico è l'altare - la croce -, unico è il luogo - il Calvario -, unico il tempo - sotto Ponzio Pilato -, unico il fine e l'intenzione - la Redenzione universale -, unico è lo Spirito Santo che unge l'umanità di Cristo e conduce Maria sulla stessa via tracciata dal Figlio. Ma in quest'unico sacrificio, due sono le persone immolate - Gesù e Maria -, due sono le offerte - quella del sacerdote e quella della madre del sacerdote. Essenzialmente uno, il sacrificio redentore è anche duplice a motivo delle persone che lo realizzano. All'interno dell'unico sacrificio redentore, la Persona divina di Cristo e quella umana di Maria cooperano come due realtà che si congiungono intimamente per divenire un unico principio operativo, al fine di compiere un atto comune (il sacrificio), per raggiungere un fine comune (la Redenzione universale). E questa cooperazione non è parallela, bensì subordinata. Maria è subordinata a Cristo sia dal punto di vista ontologico, sia dal punto di vista operativo, sia dal punto di vista morale, sia dal punto di vista della grazia. È subordinata a Cristo ontologicamente perché Cristo, Verbo eterno, è il Creatore di Maria: «per mezzo di lui sono state fatte tutte le cose». E anche l'umanità di Cristo, pur essendo dipendente in natura da quella di Maria, è ciò non di meno la causa esemplare e finale di tutte le cose, anche di Maria: «tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui e in vista di lui». Maria è stata predestinata in vista di Cristo, e dunque Cristo è l'esemplare divino su cui è modellata in eterno anche Maria; se Maria ha comunicato a quel Figlio quella determinata natura, e non un'altra, è perché il Figlio stesso se l'è preparata attraverso gli splendori della creazione dell'anima di Maria, attraverso la grazia che ha infuso in quell'anima, attraverso la natura che Maria ha ereditato nella pienezza dei tempi, segnati anch'essi dall'invisibile ma irresistibile forza divina che conduce infallibilmente verso Cristo tutta la storia. Maria dipende operativamente da Cristo; in quanto Cristo è la vita («io sono la via, la verità e la vita»), ogni dinamismo vitale, sia nell'ordine della natura creata, sia nell'ordine della grazia, dipende da Lui. Maria dipende moralmente da Cristo; Ella è la perfetta discepola del Cristo («sono la Serva del Signore»), è obbediente a Cristo nella misura in cui è obbediente alla Parola di Dio («sia fatto di me secondo la tua parola») essendo Cristo la Parola, il Verbo del Padre. Anche se Cristo è a sua volta sottomesso a Maria, lo è nella misura in cui Egli stesso ha decretato il IV comandamento ed ha creato in Maria il riflesso più puro e fedele della volontà del Padre, che è la stessa volontà del Figlio: «io e il Padre siamo una cosa sola»; se Maria alle nozze di Cana cambiò effettivamente il corso degli eventi storico-salvifici, anticipando l'ora della manifestazione del Figlio, lo fece unicamente perché rientrava nei piani eterni di Dio che Ella determinasse quel tempo, e che il Figlio inaugurasse il suo ministero pubblico con il merito dell'obbedienza alla Madre. La risposta di Gesù, seguita dalla pronta esecuzione dell'intenzione materna, tende a mettere in rilievo il contributo personale di Maria, ricco della sua sensibilità squisitamente materna, senza del quale le cose sarebbero andate diversamente. Ma le cose andarono in quel modo, grazie l'intervento di Maria, precisamente perché così era stabilito dalla divina volontà. In altre parole, a Cana abbiamo in un'immagine la teologia della cooperazione subordinata, ma essenziale di Maria alla nostra Redenzione. «Cosa c'è tra me e te, o donna, non è ancor giunta la mia ora»: questa risposta di Gesù all'istanza materna mette chiaramente in luce il livello divino di Cristo assolutamente superiore rispetto a quello creaturale di Maria («che c'è tra me e te») e l'esistenza nella mente di Dio, tra gli infiniti futuribili, di un piano ipotetico di salvezza senza Maria («non è ancora giunta la mia ora»). Ma la pronta obbedienza di Cristo alla Madre dimostra che il piano di salvezza, vero e reale, da sempre voluto da Dio, è quello in cui è previsto l'intervento determinante di Maria, la Donna. In forza di questo piano divino in cui si ricapitola in Cristo e in Maria l'intera storia della salvezza, Maria ha sì un ruolo subordinato e dipendente, ma determinante ed essenziale.
Maria è subordinata a Cristo anche perché da Lui Ella riceve tutta la grazia che la santifica e la abilita a compiere la Sua missione di Corredentrice.
Il Padre Manelli riassume brillantemente il tutto nel seguente modo: «Se il peccato originale è stato commesso dai nostri progenitori Adamo ed Eva in unità di operazione, pur con responsabilità e ruoli diversi, anche la Redenzione è stata operata dai progenitori della nostra vita soprannaturale, il nuovo Adamo e la nuova Eva, in unità di operazione, con responsabilità e ruoli diversi [...]. Non è possibile contestare questa unità di operazione, che costituisce un principio unico, pur includente in sé le debite distinzioni delle responsabilità e dei ruoli di chi opera e di chi coopera. In questo senso si deve dire che fanno unità in sinergia di offerta unica tutte le sofferenze e i meriti del Redentore e della Corredentrice. Pensando al Calvario, si potrebbe dire che tutte le gocce del sangue di Cristo Crocifisso e tutte le lagrime dell'Addolorata “mescolate insieme”, costituiscono l'unico prezzo del nostro riscatto dal peccato» [1] .
4.2.3.2 La Redenzione, essendo un mistero inesauribile, può essere considerata sotto molteplici aspetti, i quali aiutano la mente umana ad entrare più profondamente nella sua infinita realtà. Ne prendiamo ora in esame solo quattro.
- Se si considera lo stato del peccatore come una schiavitù, allora la Redenzione consisterà nel riscattare lo schiavo versando un prezzo adeguato per ottenere la sua liberazione.
- Se si considera tale schiavitù come la giusta conseguenza del piacere volontario e colpevole che ha meritato il castigo, allora la Redenzione consisterà nel meritare il perdono tramite una proporzionata volontaria sofferenza innocente.
- Se si considera il peccato come una disobbedienza che offende Dio, allora la redenzione sarà dare soddisfazione all'offeso tramite l'obbedienza incondizionata.
- Se si considera che il peccato dell'uomo è un'offesa a Dio talmente grave da meritare la morte del peccatore, allora la Redenzione consisterà nel sacrificio di una vittima che si sostituisca al condannato.
Ciò che si è detto per la Redenzione, può essere applicato analogicamente alla Corredenzione:
- Maria ha contribuito a riscattare l'umanità, liberandola dalla schiavitù del peccato, versando il prezzo della Sua stessa vita, amorosamente offerta assieme a quella del Suo Figlio.
- Maria ha contribuito a meritare il perdono dell'umanità perduta nel piacere del peccato, per mezzo del Suo dolore, volontariamente offerto assieme a quello del crocifisso.
- Maria ha contribuito a soddisfare l'offesa della disobbedienza per mezzo della Sua perfetta obbedienza, fino alla morte, in unione al Figlio.
- Maria ha contribuito al sacrificio redentore in quanto ella fu vittima co-immolata unitamente a Gesù, e fu anche Madre sacerdotale, in quanto offrì al Padre il Figlio, immolato sul legno della croce, per la Redenzione del mondo.
4.2.3.3 Poiché la teologia ha sempre insegnato una fondamentale distinzione tra il merito di giustizia ed il merito di convenienza, ci si chiede quale dei due deve attribuirsi alla Corredenzione di Maria. La risposta ce la dà San Bonaventura, il quale, considerando la dignità eccellente e singolare di Maria, giustamente le attribuisce un merito che sia a metà strada tra la stretta giustizia e la pura convenienza. Solo Gesù, essendo persona divina, infinita, poteva meritare infinitamente così da riparare per stretta giustizia l'offesa infinita che il peccato aveva recato a Dio. L'uomo peccatore, d'altro canto, per quanto si sforzi di piacere a Dio, è sempre così imperfetto da meritare solo in senso molto largo i benefici divini, i quali vengono dispensati da Dio più per la sua benevolenza, che per il valore intrinseco di quegli atti. La Madonna, invece, non è né infinita come Cristo, né peccatrice come gli altri uomini; perciò i suoi meriti non sono né infiniti come quelli di Cristo, né tanto imperfetti come quelli degli altri uomini. Ella è una creatura immacolata, perfettissima, perciò anche i suoi meriti furono perfettissimi, nel loro ordine creaturale, in modo da esserci una certa proporzione tra il valore delle buone opere e la ricompensa divina. San Bonaventura chiama questo merito de digno , un ordine a sé, a metà fra il merito de condigno (stretta giustizia) e il merito de congruo (di benevolenza), come intermedia tra Cristo e gli uomini è la dignità di Maria.
4.2.4 La cooperazione, infine, è detta formale , ossia intenzionale, per distinguerla da quella semplicemente materiale. In altre parole, Maria non fu coinvolta inconsciamente nell'opera dell'umana Redenzione ma, sin dall'Annunciazione, Ella diede il Suo pieno, libero, respon sabile assenso alla volontà divina che l'aveva predestinata ad esser la Corredentrice del genere umano, come madre del Redentore. Ciò significa che Maria, all'annuncio dell'Angelo, comprese a fondo il senso messianico, trinitario e soteriologico della Sua Maternità anche se, tale comprensione di fede, andava via via crescendo a motivo dell'esperienza che Ella andava facendo delle cose che le erano state preannunciate, e della grazia illuminante che progrediva in Lei.
Conclusione
Dopo aver presentato la Corredenzione mariana in sé, è utile applicare a noi stessi, alla nostra vita, quanto abbiamo imparato dallo studio sul mistero della Beata Vergine Maria. Ci sono delle distinzioni da fare, e non di poco conto, ma l'insegnamento è chiaro: anche noi, che siamo il corpo mistico di Cristo, abbiamo la nostra parte nell'opera della Redenzione. Si tratta di applicare il tesoro di grazie e di meriti acquistato dal sacrificio di Gesù e di Maria, ma anche questa applicazione avviene nel segno e per mezzo della croce. Le anime costano sangue, dicono i santi, il sangue di Gesù, la compassione di Maria e le sofferenze della Chiesa che geme e soffre come per le doglie di un parto che si concluderà solo alla fine dei tempi, quando sarà completato il numero degli eletti.


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